Oggi volevo parlare di questo argomento, cercando di dare una risposta alla domanda che dà il titolo a questo post. Premesso
che nessuno può rispondere realmente a tale domanda, cercherò di
analizzare il mio punto di vista tramite vari fattori oggettivi da non
trascurare. Per affrontare il discorso in modo diretto
esporrò i miei dubbi al riguardo della negazione della spontaneità del
voler essere nati.
Quando affermiamo di non essere nati
per nostra spontanea volontà stiamo parlando per conto della mente, del
nostro pensiero riguardo la nascita. Quindi in questa
affermazione è insita anche la nostra identificazione totale con il
nostro pensiero, ritrovandoci così concorde con la famosa locuzione
Cogito Ergo Sum.
Per semplificare il concetto e andare dritti al punto si può affermare che un’alga “ha desiderato diventare un uomo”.
Certo, tale affermazione può apparire insensata e non va di certo presa
letteralmente; così anche per scongiurare abbinamenti con credenze,
superstizioni ed entità esterne, o addirittura scambiarla come atto
antropocentrico.
Nulla di tutto questo, la mia era solo una frase per incalzare una
sottile realtà innegabile, ovvero che ogni specie porta con sé un ruolo
determinante nel proseguo della vita. Come accennato in qualche battuta con il post precedente,
non è essenziale dare un significato preciso alla vita, anzi, proprio
nel senso viene (a mio parere) sminuita. Quindi: il discorso qui
proposto deve rimanere incentrato sulla specifica domanda: “siamo venuti
al mondo spontaneamente o no?”
I processi, definiti a volte come meccanici e casuali, suggeriscono di
no. Se da una parte è vero che il nostro pensiero può indurci a pensare
che non abbiamo scelto noi di nascere e siamo semplicemente “vittime” di
questo ciclo; dall’altra è da tenere
seriamente in conto che la vita è stata cercata dalla stessa energia che
ora ci permette di realizzare e trarre significati.
Anche quando cresciamo e il nostro pensiero si affina, in realtà, non è altro che la continuazione di tutto quello accaduto antecedentemente. Al di là dell’impossibilità di conoscere il punto di origine di tale ciclo, non è assurdo tirare in ballo una seconda parte quando ci domandiamo se abbiamo scelto o meno di nascere.
Infatti la sola risposta emotiva non è sufficiente per affermare con decisione la nostra negazione verso l’essere nati.
Dal momento che il nostro pensiero è una naturale caratteristica del
nostro corpo fisico, con tutti i suoi processi chimici annessi, ne
diventa una caratteristica ma non certo l’individuo, il quale esisteva
anche prima di pensieri complessi.
Qualcosa prima del nostro pensiero chiamava la vita. Possiamo chiamarlo
caso, natura, coincidenze, volere superiore e qualsiasi altro nome, ma
non possiamo negare che questo processo sia parte di noi; noi stessi ne
siamo i rappresentanti. Solo quando l’identificazione con la mente è in atto possiamo affermare con decisione di non aver voluto mai nascere. Invece evidenziando il resto la nostra natura appare meno definita e più complessa.
Forse dovremmo rivalutare cosa sia per noi la nascita. La maggioranza delle persone pensa di essere nato quando sua madre ha partorito.
Poi, in età adolescenziale, inizia a porsi i primi quesiti esistenziali
basandosi su quell’avvenimento. Magari (come sapete gli imperativi non
sono nello stile di questo blog, pur di apparire ripetitivi) è opportuno
rivalutare completamente questo approccio ed entrare in una dimensione
più profonda.
Ricordate la filastrocca dal titolo “Ci vuole un fiore” di Gianni Rodari? Avete presente la strofa che recitava così:
“[…] Per fare un tavolo ci vuole il legno
per fare il legno ci vuole l’albero
per fare l’albero ci vuole il seme
per fare il seme ci vuole il frutto
per fare il frutto ci vuole un fiore […]”
per fare il legno ci vuole l’albero
per fare l’albero ci vuole il seme
per fare il seme ci vuole il frutto
per fare il frutto ci vuole un fiore […]”
Nonostante la semplicità del testo e la retorica, questa filastrocca
riassume perfettamente il succo di questo discorso. Mostra il legame con
la realtà, al di là di qualsiasi nostra divagazione sul tema,
riportandoci così all’evoluzione della vita. La quale, oltre ad essere un fatto accettato dalla comunità scientifica,
la sua continuità (con tutte le sue sfaccettature intrinseche), ci
mostra una realtà ben più profonda del nostro semplice giudizio dato da
un ego in eterna lotta per l’autoaffermazione.
Nel caso fossimo totalmente identificati col pensiero non ci sfiorerebbe
neanche tale idea. Scartandola a priori, però, commetteremmo un errore
di valutazione. Perché in ogni aspetto della nostra vita dev’essere
sempre ricordato che il nostro pensiero ha origine da fattori fisici,
sociali, culturali e chimici; considerando così il pensiero come un processo e non come un individuo. Ricordando sempre che la nostra idea di coscienza è una teoria.
Il pensiero è sicuramente una caratteristica dell’essere vivente, così
come lo sono le nostre parti del corpo, ma questo non significa essere
questi. E se il pensiero svolge solo un’attività secondaria, o meglio,
un’attività autonoma ma non individuale, potremmo davvero riconsiderare
addirittura di non essere né mai nati, né mai morti. Semplicemente diamo per scontato di essere il pensiero e allo stesso tempo il pensatore.
Prendendo il pensiero a sé stante e non come parte principale
dell’individuo (come d’altronde suggerisce la nostra stessa sostanza) è
quindi davvero impossibile affermare di non voler mai essere nati. Che
ci piaccia o meno, la medesima essenza che ha dato vita al nostro
pensiero è la stessa che ha attuato i processi tali da concretizzarlo.
Tutt'al più il nocciolo della situazione è comprendere quanto siamo dipendenti o meno dal nostro pensiero.
Lo stesso che crea felicità e infelicità, consenso e controparte, inizio
e fine. Una dualità che permette l’esistenza, ma allo stesso tempo
maschera la realtà. Doveroso è ricordare come recitava la famosa massima
di Giordano Bruno:
“Verrà un giorno che l'uomo si sveglierà dall'oblio e finalmente
comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua
esistenza, a una mente fallace, menzognera, che lo rende e lo tiene
schiavo... l'uomo non ha limiti e quando un giorno se ne renderà conto,
sarà libero anche qui in questo mondo”. [fonte 2]
(Autore: Gufo Oscuro)
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