mercoledì 19 febbraio 2014

Siamo venuti al mondo spontaneamente o no?

Vita
Oggi volevo parlare di questo argomento, cercando di dare una risposta alla domanda che dà il titolo a questo post. Premesso che nessuno può rispondere realmente a tale domanda, cercherò di analizzare il mio punto di vista tramite vari fattori oggettivi da non trascurare. Per affrontare il discorso in modo diretto esporrò i miei dubbi al riguardo della negazione della spontaneità del voler essere nati.

 
Quando affermiamo di non essere nati per nostra spontanea volontà stiamo parlando per conto della mente, del nostro pensiero riguardo la nascita. Quindi in questa affermazione è insita anche la nostra identificazione totale con il nostro pensiero, ritrovandoci così concorde con la famosa locuzione Cogito Ergo Sum.

DarwinFacciamo un passo indietro. Charles Darwin, celebre per aver formulato la teoria dell’evoluzione, costatò con i suoi studi che c’è un legame indissolubile attraverso il soggetto e il suo passato. Qualunque essere vivente nasce caratterizzato dal modus operandi del suo predecessore e dall’ambiente circostante. Questo spalancò le porte per nuovi studi e teorie, fino ad arrivare all’attuale cronologia dell’evoluzione della vita.

Per semplificare il concetto e andare dritti al punto si può affermare che un’alga “ha desiderato diventare un uomo”. Certo, tale affermazione può apparire insensata e non va di certo presa letteralmente; così anche per scongiurare abbinamenti con credenze, superstizioni ed entità esterne, o addirittura scambiarla come atto antropocentrico.
 

Nulla di tutto questo, la mia era solo una frase per incalzare una sottile realtà innegabile, ovvero che ogni specie porta con sé un ruolo determinante nel proseguo della vita. Come accennato in qualche battuta con il post precedente, non è essenziale dare un significato preciso alla vita, anzi, proprio nel senso viene (a mio parere) sminuita. Quindi: il discorso qui proposto deve rimanere incentrato sulla specifica domanda: “siamo venuti al mondo spontaneamente o no?”
 
I processi, definiti a volte come meccanici e casuali, suggeriscono di no. Se da una parte è vero che il nostro pensiero può indurci a pensare che non abbiamo scelto noi di nascere e siamo semplicemente “vittime” di questo ciclo; dall’altra è da tenere seriamente in conto che la vita è stata cercata dalla stessa energia che ora ci permette di realizzare e trarre significati.
 

imageDa bambini, fino ai primi anni di vita, non ci poniamo domande esistenziali, tutto scorre come prima di essere nati, in quelle che definiremo azioni meccaniche. Non c’è giusto e sbagliato, non ci sono i concetti, c’è semplicemente l’esperire della crescita. Quindi vuol dire che i bambini non esistono? No, semplicemente i bambini sono il proseguo di quell’energia primordiale e come tali esistono.              


Anche quando cresciamo e il nostro pensiero si affina, in realtà, non è altro che la continuazione di tutto quello accaduto antecedentemente. Al di là dell’impossibilità di conoscere il punto di origine di tale ciclo, non è assurdo tirare in ballo una seconda parte quando ci domandiamo se abbiamo scelto o meno di nascere.

Infatti la sola risposta emotiva non è sufficiente per affermare con decisione la nostra negazione verso l’essere nati. Dal momento che il nostro pensiero è una naturale caratteristica del nostro corpo fisico, con tutti i suoi processi chimici annessi, ne diventa una caratteristica ma non certo l’individuo, il quale esisteva anche prima di pensieri complessi.

Qualcosa prima del nostro pensiero chiamava la vita. Possiamo chiamarlo caso, natura, coincidenze, volere superiore e qualsiasi altro nome, ma non possiamo negare che questo processo sia parte di noi; noi stessi ne siamo i rappresentanti. Solo quando l’identificazione con la mente è in atto possiamo affermare con decisione di non aver voluto mai nascere. Invece evidenziando il resto la nostra natura appare meno definita e più complessa.

Forse dovremmo rivalutare cosa sia per noi la nascita. La maggioranza delle persone pensa di essere nato quando sua madre ha partorito. Poi, in età adolescenziale, inizia a porsi i primi quesiti esistenziali basandosi su quell’avvenimento. Magari (come sapete gli imperativi non sono nello stile di questo blog, pur di apparire ripetitivi) è opportuno rivalutare completamente questo approccio ed entrare in una dimensione più profonda.
 

Ricordate la filastrocca dal titolo “Ci vuole un fiore” di Gianni Rodari? Avete presente la strofa che recitava così:
“[…] Per fare un tavolo ci vuole il legno
per fare il legno ci vuole l’albero
per fare l’albero ci vuole il seme
per fare il seme ci vuole il frutto
per fare il frutto ci vuole un fiore […]”

  

Nonostante la semplicità del testo e la retorica, questa filastrocca riassume perfettamente il succo di questo discorso. Mostra il legame con la realtà, al di là di qualsiasi nostra divagazione sul tema, riportandoci così all’evoluzione della vita. La quale, oltre ad essere un fatto accettato dalla comunità scientifica, la sua continuità (con tutte le sue sfaccettature intrinseche), ci mostra una realtà ben più profonda del nostro semplice giudizio dato da un ego in eterna lotta per l’autoaffermazione. 
Ciclo della vita
Nel caso fossimo totalmente identificati col pensiero non ci sfiorerebbe neanche tale idea. Scartandola a priori, però, commetteremmo un errore di valutazione. Perché in ogni aspetto della nostra vita dev’essere sempre ricordato che il nostro pensiero ha origine da fattori fisici, sociali, culturali e chimici; considerando così il pensiero come un processo e non come un individuo. Ricordando sempre che la nostra idea di coscienza è una teoria.
 
Il pensiero è sicuramente una caratteristica dell’essere vivente, così come lo sono le nostre parti del corpo, ma questo non significa essere questi. E se il pensiero svolge  solo un’attività secondaria, o meglio, un’attività autonoma ma non individuale, potremmo davvero riconsiderare addirittura di non essere né mai nati, né mai morti. Semplicemente diamo per scontato di essere il pensiero e allo stesso tempo il pensatore.
 
L'albero della vita celticoIl pensiero pensa di essere il pensatore (scusate il gioco di parole). Ma il pensatore non è mai esistito. Sempre e solo il pensiero esiste, tutto il resto sono interpretazioni. Così come lo è la nascita (per come viene normalmente intesa), la quale è un concetto determinato da un avvenimento fisico preciso, non certo qualcosa di più antecedente. È una nostra interpretazione collocare tale avvenimento al parto, ma “gli ingranaggi” di questo fenomeno si sono mossi molto prima, in date remote. Forse non è neanche mai esistito un inizio.
 
Prendendo il pensiero a sé stante e non come parte principale dell’individuo (come d’altronde suggerisce la nostra stessa sostanza) è quindi davvero impossibile affermare di non voler mai essere nati. Che ci piaccia o meno, la medesima essenza che ha dato vita al nostro pensiero è la stessa che ha attuato i processi tali da concretizzarlo. Tutt'al più il nocciolo della situazione è comprendere quanto siamo dipendenti o meno dal nostro pensiero.
 
Lo stesso che crea felicità e infelicità, consenso e controparte, inizio e fine. Una dualità che permette l’esistenza, ma allo stesso tempo maschera la realtà. Doveroso è ricordare come recitava la famosa massima di Giordano Bruno:
 
“Verrà un giorno che l'uomo si sveglierà dall'oblio e finalmente comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, a una mente fallace, menzognera, che lo rende e lo tiene schiavo... l'uomo non ha limiti e quando un giorno se ne renderà conto, sarà libero anche qui in questo mondo”. [fonte 2]
(Autore: Gufo Oscuro)
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